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Sottomessa al Piacere-Natale perverso-Cap8#1
giorgal73
15.06.2026 |
1.390 |
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"Daniela è un passo dietro di me, e il calore della sua presenza mi brucia le scapole..."
Capitolo 8 – Natale perverso – L’asta di Capodanno Parte 1 di 6---CLAUDIA ---
Mezzanotte è passata da un pezzo. Il nuovo anno si è insediato come un sovrano ubriaco, e adesso regna sovrano sulle carni e sulle voglie della sala intera. L’euforia del conto alla rovescia si è appena sopita, ma al suo posto è esplosa una tensione diversa, più viscerale: il desiderio ora non è più un gioco, ma una necessità che pulsa in ogni corpo. Non c’è più ironia, solo una fame sempre più marcata, che si trasforma in sguardi rapaci, mani impazienti, corpi che si appoggiano per caso e invece vorrebbero divorarsi in pubblico.
Mi guardo attorno, e vedo Giacomo ancora dietro la consolle, in lotta con una playlist che sembra non bastare mai per saziare il ritmo di questa montagna di carne. Lo raggiungo, mi chino verso di lui e gli sussurro un paio di istruzioni all’orecchio. Lui sorride, mi misura con uno sguardo da cospiratore, poi ancora con più malizia, come se già sapesse quel che sta per accadere. Chiude la traccia, dissolve la musica in un lungo battito di grancassa sorda, poi mi allunga il microfono. Sento la plastica fredda contro il palmo, la familiarità dei palchi, delle voci, degli annunci.
Per un attimo mi sento davvero padrona della sala, e questa sensazione mi eccita ancora di più del ruolo che mi sono scelta stanotte.
«Buonasera a tutti!» dico, e la mia voce si propaga cristallina, tagliando la confusione come la lama di un rasoio.
C’è subito un silenzio istantaneo, come succede quando in una classe scoppia un imprevisto, o durante l’intervallo si sparge la voce che sta arrivando il preside. C’è attenzione, ma anche una dose di paura e curiosità fusa insieme. Un attimo prima erano corpi scomposti, in cerca di sfogo; ora sono un pubblico, affamato di spettacolo. Sento il brivido del potere scorrermi addosso.
«Visto che il parroco di Cortina deve ristrutturare la chiesa, abbiamo pensato a una piccola asta di beneficenza per aiutarlo,» continuo, cercando di mantenere la voce tra la solennità e la complicità, come una maestra che prepara sorprese ai bambini svegli.
«Vi presento Daniela, la banditrice… e Michela, la sua schiava.»
Per un istante la sala scivola in un silenzio ancora più profondo, come se tutti trattenessero il respiro. Poi, una risata isolata rimbalza tra i tavoli, seguita a catena da una scia di applausi, fischi, urla di approvazione. La curiosità della platea ha un colore diverso adesso: non è solo pruriginosa, è professionale, specializzata, come se dentro quell’orgia di provincia ci fosse una giuria pronta a valutare, a pesare, a giudicare il valore del pezzo raro che sta per essere battuto.
Daniela si fa avanti, e io torno in disparte, lasciando a lei la scena. Giacomo fa ripartire una musica di sottofondo, questa volta lenta e sensuale, una specie di tango elettronico che sembra srotolarsi direttamente sulle cosce delle donne presenti. C’è un movimento nel centro della sala: qualcuno ha liberato uno spazio come fosse una passerella, e lì, sotto i faretti blu, Daniela appare con Michela al suo fianco.
La risata di prima ora si è trasformata in bisbigli sempre più ansimanti; le mani si agitano, qualcuno già scommette su cosa succederà, altri tirano fuori soldi veri, banconote piegate in quattro, o scrivono cifre su tovaglioli come se la posta fosse la salvezza di un paese intero.
---DANIELA ---
Prendo il microfono con una lentezza studiata, lasciando che il contatto freddo della plastica amplifichi la scossa che mi percorre le ossa. Apro la bocca per parlare, ma prima mi prendo una pausa, scandagliando la sala con uno sguardo da cacciatrice: li voglio tutti attenti, nessuno escluso.
Michela, la mia troia, è lì davanti a me, in ginocchio come una santa caduta in disgrazia, il collare di diamanti che le cinge il collo come il pegno di una favola oscena. Le borchie sbrilluccicano sotto i faretti, le punte metalliche affondano appena nella sua pelle, rossa di vergogna ma ancora più di eccitazione. La osservo un istante come se la vedessi per la prima volta, nuda già nello spirito ma ancora impacchettata in quel vestito che sembra gridare per essere strappato via.
Mi cullo nel silenzio che precede la dichiarazione pubblica. Dalla platea si sollevano sussurri, ipotesi, qualcuno scommette sulle regole della “gara”, altri fanno il tifo, molti aspettano soltanto di essere sorpresi. Sento il potere del microfono e della situazione scorrermi nelle vene come una droga che non avevo mai assaggiato prima: questa notte, questa stanza piena di sconosciuti, questa donna inginocchiata davanti a me, sono tutte mie. E voglio dimostrarlo.
Prendo fiato, come se mi servisse un tempo tecnico per contenere tutto quello che vorrei riversare addosso a Michela e agli spettatori.
«Guardatela,» dico, puntando la voce dritta nella carne viva del loro interesse, «la mia schiava. Guardate bene questa troia adorabile, con il collare che la vincola e il corpo che freme di desiderio e paura.» La parola esce bene, tonda, rimbalza sulle pareti e torna a me come un’onda di ritorno. Michela non si muove, ma sento che ogni fibra del suo corpo è in ascolto.
Mi avvicino, la sfioro sulla testa quasi come una benedizione, poi le prendo il mento tra pollice e indice, sollevandole la faccia verso la mia. Voglio vedere il riflesso del pubblico nei suoi occhi. Voglio che tutti capiscano che quello che succederà adesso non è un gioco, ma un’offerta, un sacrificio, un modo per liberare e imprigionare allo stesso tempo. Le labbra di Michela tremano, si aprono e si richiudono in cerca di una parola che non le concedo.
Mi abbasso con il microfono davanti alla bocca, e scandisco: «Spogliati, troia. Mostra il tuo corpo nudo e marchiato al pubblico. Fallo lentamente. Voglio che tutti vedano la tua vergogna e il tuo orgoglio. Voglio che capiscano quanto vali, e quanto vali solo perché appartieni a me.»
Le ultime parole le lascio cadere come pietre nel silenzio che si è creato. Michela abbassa la testa, annuisce appena, e la sua obbedienza mi riempie di una soddisfazione che va al di là di ogni desiderio immediato.
Faccio un passo indietro, le concedo spazio e tempo, le regalo la scena come si dà a un’attrice la ribalta prima del monologo finale. Sento il pubblico trattenere il fiato: lo sento fisicamente, questo vuoto d’aria che precede lo spettacolo vero e proprio. Stringo il microfono più forte e mi preparo a godermi ogni istante.
---MICHELA---
Le gambe mi tremano. Le mani sono fredde, e sento le unghie pungermi il palmo con una strana sensazione di anestesia, come se non appartenessero più a me. Ho il fiato corto; nella gola il battito del cuore è un nodo che pulsa, pulsa, pulsa, rendendo ogni istante infinito.
Davanti a me c’è solo un vuoto colmo di occhi: una massa confusa di sconosciuti, molti dei quali scommetterei non hanno nemmeno idea di come mi chiamo. Tutti mi fissano, alcuni già col sorriso storto, altri con la smorfia del giudice severo, altri ancora solo con la fame di chi è venuto lì per vedere sangue, lacrime e umiliazione.
Daniela è un passo dietro di me, e il calore della sua presenza mi brucia le scapole. Sento i suoi occhi farmi a pezzi, mi domando se senta il mio tremito o se stia solo aspettando di vedere come saprò eseguire l’ordine.
Mi inginocchio. Le ginocchia sprofondano nel velluto della moquette, che ricambia la mia pelle con una carezza fredda e colpevole. Porto le mani dietro la testa, intreccio le dita come mi hanno insegnato, e attendo. Nessuno in sala parla, ma il silenzio è solo superficie: sotto, lo sento, la tensione striscia e si attorciglia, pronta a diventare grido o risata o sberleffo al primo passo falso. I riflettori mi puntano addosso come una crocifissione laica. La luce mi brucia la pelle, la fa sembrare ancora più nuda di quanto già non sia.
Daniela si avvicina, mi prende per il mento, mi alza il viso. La guardo negli occhi: sono di ghiaccio, liquidi, lampeggianti e vuoti di qualsiasi pietà. In quel momento, il mio terrore si trasforma in un desiderio più forte: mi accorgo che non voglio deluderla. Voglio che il suo sguardo si incendi di orgoglio, anche se so che il prezzo è il mio annientamento pubblico.
Scivolo con le mani alle spalle, poi afferro i lembi del vestito. Lo faccio cadere a terra lentamente, centimetro per centimetro, e la sensazione del tessuto che si allenta sulle spalle mi provoca un brivido che parte dai capezzoli e mi sfonda la spina dorsale. Il vestito scende in un tremito di seta, si arriccia sulle anche, cade ai piedi. Mi rimangono solo le décolleté, lucide come un pianoforte a coda, con il tacco così alto da suggerire che la caduta è sempre dietro l’angolo.
Ogni movimento che faccio è traballante, ma anche più sensuale di quanto avrei mai potuto pianificare. Le gambe, lunghe e nude, sembrano non finire mai. Sento il respiro dei presenti diventare più pesante, qualcuno tossisce, qualcun’altro ridacchia piano, ma nessuno riesce a distogliere lo sguardo.
Mi sollevo di un mezzo palmo, così da offrire meglio lo spettacolo. I seni, grossi e sodi, una quarta abbondante, oscillano pesanti. I capezzoli color fragola e forati, con gli anelli da 4 cm che tintinnano contro la carne ad ogni respiro. La pelle attorno ai capezzoli è tutta d’oca, pronta a esplodere di piacere o di dolore, non so più. La figa è del tutto glabra, spalancata dai dilatatori da 26 mm, e gli anelli d’acciaio che pendono riflettono la luce in mille luccichii. Il clitoride, gonfio e arrossato dalla tensione, è teso all’inverosimile dalla barretta con le due sfere, che lo tiene fermo come una bandiera pronta all’alzabandiera. Una sottile catenina, che parte dall’ombelico e sfiora la mia intimità, sottolinea la direzione di ogni sguardo.
Non basta essere esposta: il vero scopo è essere giudicata. E infatti subito arrivano le voci, dapprima basse e poi sempre più sicure di sé:
«Hai visto quella scritta da troia…?»
«Guarda il collare… le borchie le stanno entrando nella carne…»
«Ha anche il viso della Padrona tatuato sul seno…»
*** NOTE ***
---CAPITOLO 8: Tuffo nel 1999 (Recuperate i primi sette!)---
Allacciate le cinture: vi porto in un 1999 audace, decadente e senza filtri. Non aspettatevi un raccontino, questo è un romanzo vero e proprio con una forte dose di esibizionismo. Se apprezzate, fatemelo sapere con un pollice in su e un commento!
---La Musa e lo Scrittore---
Questa storia non è autobiografica, ma nasce dalle confidenze reali e bollenti della mia amica "Damabiancaesib" (potete ammirarla qui su a69, cercatela). Altri hanno provato a raccontarla, ma lei ha scelto mia penna, anzi la mia tastiera, per svelare le sue fantasie più oscure. Nessun plagio, solo la magia di trasformare i suoi segreti in letteratura. Io sono "solo" l'autore e vivo senza catene, ma lascio sempre la porta socchiusa a chi sa stupirmi con proposte intriganti.
---A Voi la Mossa---
Incoronatemi Maestro dell'Erotismo con un bel voto, o lasciate un commento spudorato. E se vi sentite audaci, scivolate nei miei messaggi privati: chissà che una proposta indecente non trasformi la fantasia in realtà in qualche Club Privé di Bologna...
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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